ITA-GER: giorno 11- ancora Berlino

Oggi è il giorno del “Jüdisches Museum”. È una sensazione strana quella che si ottiene visitando alcune delle stanze esperienziali del museo e personalmente è stata abbastanza intensa.

La sensazione generale, cercando di farvi capire, è di un lento e crescente senso di oppressione misto a disorientamento per l’architettura volutamente storta necessaria a far capire come ci si sentisse durante l’esilio.

Ci si ritrova in una stanza di cemento armato altra circa 24 metri. Una torre: nessuna finestra e nessuna possibilità di guardare fuori. La luce entra da minuscole frigorie ma non vi sono suoni nitidi. Dopo 5 cinque minuti inizierà a mancarvi il respiro, dopo 10 vorrete scappare. L’altezza non vi lascia scampo ed in fondo come vi sentirete se un intero stato fosse contro di voi, vi impedisse di scappare? Dove andreste? Come trascorrereste il vostro tempo? Attendereste di essere presi e portati via, a morire in qualche campo di concentramento?

24 metri di altezza, notatela piccolezza della scala di manutenzione sulla sinistra

Uscire dalla torre significa tornare alla realtà ma il cervello chiede tempo e quindi chi esce ha un volto diverso da chi entra per la prima volta. Vi starete chiedendo se queste cose servono. Non saprei ma i padri mentre vi scrivo lo spiegano ai figli e molti si abbracciano. Quindi direi di sì che la cultura sta funzionando.

…le regalò un calendario fatto a mano poco prima di essere portata in un campo di concentramento ed essere uccisa.

Certo, abbiamo incontrato anche persone che dicevano “È una cazzata, non serve a niente” ma si tratta di persone dalla cultura passiva: richiedono di essere imboccati evidentemente. La condizione umana nella quale hanno vissuto gli ebrei in Germania merita un’attenta riflessione e una buona dose di immaginazione. Sopra i sei anni non potevano girare liberamente nelle strade cittadine senza destare l’attenzione dei tedeschi. Sono castrazioni che noi non abbiamo e che fortunatamente facciamo difficoltà a capire ma non per questo siamo legittimati a dimenticare o non immaginare.

La mostra offre anche una grande quantità di stimoli sonori per mettersi in discussione su tematiche legate all’integrazione sociale e all’abbattimento delle differenze di genere.

Vi ritroverete a camminare in uno spazio coperto da dischi metallici scolpiti da volti. Dovrete camminare sui quei 10.000 volti, e man mano che andrete avanti, maggiore sarà l’oscurità e la sensazione di non volerlo più fare. Scivolerete, inciamperete, sotto le vostre scarpe finirà il volto di un bambino urlante e se poco poco aprirete l’emotività vi sentirete delle merde (scusate se non ci giro in torno). Tra l’altro per non inciampare sarete costretti a guardare ciascuno di quei volti e ogni volta che andrete avanti il frastuono metallico vi entrerà nelle orecchie.

Credo che il museo sia indicato a coloro che vogliono mettersi in gioco. A coloro che vogliono vivere emotivamente la storia e non solo fare selfie o vedere antichi oggetti storici. Altrimenti lasciate stare.

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